07 mar 2009

Necropoli

di Boris Pahor
Uno di quei romanzi che avrei divorato in 48 ore al massimo.
Uno stile poetico, ricco di immagini sin dal primo rigo (nastro d’asfalto liscio e sinuoso), quella che preferisco riguarda i ricordi (un viluppo intricato….rinsecchito dagli acini vizzi e ammuffiti) Una narrazione cinematografica: il lettore è spettatore attento che vede e sente (sublime il racconto delle docce gelide…).
Magistrale l’intreccio fluido e scorrevole tra il presente narrativo e il passato, tra il sopravvissuto che rivisita l’orrore e la memoria del male. E poi la solitudine del sopravvissuto che sa che, per quanto possa essere fedele la testimonianza, ci sarà sempre un lap fra chi c’era e chi no. Di qui l’umana consapevolezza di essere ingiusto nel rimproverare i turisti dell’orrore.Del resto né la morte né l’amore tollerano la presenza di estranei… Perfino la natura circostante il lager ha le sue colpe. Complice del male è il bosco che nasconde il destino delle ragazze alsaziane, indifferente al male è l’erba che continua a crescere malgrado il male.
Primeggia in queste pagine la sensazione della solitudine(nonostante che quella moltitudine vivesse come un gregge umano, ognuno di noi entrava in contatto soltanto con la propria intima solitudine). Prigionieri come entità amorfe. Bellissime le immagini, straordinario l’uso della sineddoche : ressa di uniformi rigate, massa zebrata , massa multicefala.. Dopo la lettura di questo libro ho avuto bisogno di prendere una boccata d'aria.
Boris ti trascina nel suo inferno, ti fa vivere il lager

2 commenti:

Bleek ha detto...

L'ho chiuso pochi giorni fa, di grande impatto sicuramente.
Non sarei riuscito a descriverlo meglio...

patty ha detto...

Grazie Bleek.

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