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18 set 2012

Il naufragio - morte nel Mediterraneo

di Alessandro Leogrande

Due anime convivono parimenti in questo libro: l’anima del grande giornalismo di inchiesta, fatto di indagini e studio dei fatti processuali e l’anima della grande narrativa capace di scatenare nel lettore emozioni quali rabbia, empatia, vergogna e soprattutto rivendicazione di verità e giustizia.
Il naufragio è quello noto come il naufragio del venerdì santo quando nel Canale d'Otranto alle 17.56 del 28 marzo 1997 una piccola motovedetta albanese Kater i Rades viene speronata per due volte da un’altra imbarcazione, la Sibilla, corvetta della Marina militare italiana provocandone l'affondamento. 
Morirono 81 persone. Uomini, donne, bambini. Trentuno di loro avevano meno di sedici anni. Molti erano nuclei famigliari.

Leogrande restituisce la voce a chi non ne ha più: ha ascoltato le testimonianze dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime, è stato in Albania per capire e per raccontare la loro storia. 

Come scrive Leogrande
Un naufragio è solo apparentemente un fatto collettivo. Lo è solo nel racconto storico dell’evento, o nella sua percezione giornalistica. Un naufragio è invece la somma di tanti abissi individuali, privati, ognuno dei quali è incommensurabile, intraducibile, mai pienamente narrabile.

Però lui è riuscito a narrare alla grande.

30 nov 2011

La mia recensione pubblicata su "Corriere della Sera"



Una gioia inaspettata, autostima alle stelle...per un po'.
Bella emozione leggere la propria recensione sul supplemento culturale del Corriere della Sera "La Lettura".





pagina 20 de "La Lettura" del Corriere della Sera del 27 novembre 2011

































In fondo a sinistra , nell'angolo de "La recensione dei lettori" è stata pubblicata la mia recensione di "Cecità" di Saramago, già postato in questo blog qualche tempo fa. Qui il post
Una bellissima sorpresa di una domenica mattina di fine autunno.

15 ott 2011

A proposito di Calvino...


Italo Calvino era un uomo di poche parole, quasi brusco. Un po' per timidezza, un po' per abitudine al silenzio o forse un riflesso di difesa nei confronti di genitori autoritari. Del resto lui stesso aveva scritto: "la parola è una cosa gonfia, molle, un po' schifosa, mentre ogni tipo di comunicazione dovrebbe essere improntata a un criterio di precisione, d'economicità."
Ecco un aneddoto.
Nella primavera del 1984 Calvino è a Siviglia con sua moglie Esther Judith Singer (affettuosamente chiamata Chichita), argentina di nascita. In un albergo della città Jorge Luis Borges, cieco da tempo, incontra degli amici. Arrivano anche Calvino e sua moglie. Mentre Chichita conversa amabilmente con Borges, il nostro scrittore si tiene come al solito in disparte, tanto che la moglie ritiene opportuno avvertire: " Borges, c'è anche Italo..."
Appoggiato al bastone, Borges solleva in alto il mento e dice: " L' ho riconosciuto dal silenzio".

9 mar 2010

Marcovaldo

di Italo Calvino
 Ci sono libri che van bene a 10 anni così come a 40. Marcovaldo è uno di questi.
Leggerlo è stato come scorrere le immagini di tavolette di fumetti, quelle di tanti anni fa. Anche i nomi dei personaggi delle 20 novelle sembrano appartenere ai fumetti di un tempo lontano: la moglie Domitilla, il vigile Tornaquinci, il capo-magazziniere Viligelmo, il dottor Godifredo... una galleria di personaggi buffi e reali, a metà strada tra il mondo reale e quello fantastico. Fiaba e realtà si intrecciano sapientemente nella scrittura leggera e veloce di un grande maestro qual è Calvino. Ogni novella inizia con buffo disincanto, come una favola per bambini, per finire poi con un melanconico umorismo che fa riflettere.
C'è tutta la vita in Marcovaldo: la povertà di un manovale che  non riesce a sfamare la sua numerosa famiglia, il delirio del "divertimento" di massa, la corsa ipnotica al consumismo, l'incapacità di adattarsi al nuovo mondo urbano ostinandosi a cercare la natura anche dove mai potrebbe esserci, le prepotenze dei capi...
Vita, filosofia, temi importanti, ma trattati con una leggerezza e una competenza stilistica raffinata ed elegante che fa di Calvino uno scrittore morale,  mai moralista o ancora peggio propagandista, proprio come afferma Alberto Asor Rosa: " Lo scrittore morale non si pone il problema di dire qual è il bene e qual è il male.(...) Per me lo scrittore morale è quello che si limita a suggerire dei comportamenti e ad additare una linea di condotta."
La prima pubblicazione di Marcovaldo risale alla vigilia del Natale del '63 con le bellissime tenere illustrazioni di Sergio Tofano, celebre illustratore de "Il Corriere dei Piccoli", anche se parte dei racconti erano già usciti con L'Unità.
 Ecco un link all'ascolto di un frammento de "La villeggiatura in panchina" letto dal bravo Marco Paolini. Un ascolto che vi raccomando anche per le suggetive musiche di Taint con la tromba del grande Paolo Fresu.   
  Per l'ascolto:  Marcovaldo letto da Paolini
  Per leggere alcuni frammenti delle novelle frammenti di Marcovaldo
  Un aneddoto riguardo Calvino e Borges Il silenzio di Calvino

Nel '72 a dei ragazzi di scuola media Calvino rispose così:
"Mi chiedete se Marcovaldo sono un po' io. Direi di sì, ma il fatto strano è che ho cominciato a sentirmi simile a Marcovaldo dopo aver scritto il libro. Quando lo scrivevo credevo che fosse un personaggio un po' buffo un po' triste ma molto diverso da me. Col passar degli anni invece..."

16 feb 2010

L'arte della gioia

di Goliarda Sapienza

E' la storia di Modesta, donna siciliana nata il 1° gennaio 1900 (la cui vita di emancipazione sta  forse a rappresentare simbolicamente l'emancipazione della donna del '900?) sotto i peggiori auspici essendo nata in un ambiente degradato e poverissimo, ma che riesce a cambiare il proprio destino diventando ricca, colta e persino principessa.
...destino: una volontà inconsapevole di continuare quella che per anni ci hanno insinuato, imposto, ripetuto essere la sola giusta strada da seguire. (pag. 122)
Tutto il romanzo, le dinamiche relazionali, i fatti, i personaggi convergono sulla figura di Modesta dall'età di 4 anni fino alla soglia della vecchiaia.
L'arte della gioia ha acceso l'entusiasmo di molti critici, soprattutto francesi, spagnoli e tedeschi e in questi ultimi anni anche italiani.
E' stato paragonato al Gattopardo, è stato definito il grande romanzo italiano del Novecento, il che tutto sommato mi sembra davvero esagerato.
Bello il messaggio dell'emancipazione, della donna in particolare e dell'umanità in generale, attraverso la cultura; bellissima, quasi poetica la presenza e l'amore per il mare che danno corpo a delle pagine davvero suggestive; belli anche i passaggi narrativi nel passato, quello scivolare nei ricordi di Modesta.
Però il romanzo manca di quel carattere di universabilità e verità che, a mio avviso, fa di un testo bello un classico.
Sin dalle prime pagine Modesta  è un personaggio esagerato, sopra le righe, troppo melodrammatico per essere credibile. Più un personaggio da soap opera che da grande romanzo classico. Poco più che bambina subisce lo stupro dal padre, mette fuoco alla madre e alla sorella sterminando l'intera famiglia, da ragazzina è responsabile della morte di due donne, guarda caso sue benefattrici, da giovane donna è la mandante di tre omicidi, da vera boss mafiosa e tutto questo senza che nessuno le chieda conto.
 Del resto secondo Modesta "La felicità è un diritto" e bisogna avere "astuzia e crudeltà per lottare" (p.520).
Troppo precocemente calcolatrice e spietata, unica burattinaia in un mondo fatto di sbiadite comparse; un po'  Rossella O'Hara per la sua civettuola capacità di cavarsela sempre manovrando la vita altrui, un po' Lady Chatterley per il  legame erotico con il gabbellotto Carmine alle sue dipendenze.
Noiosissimi i lunghi dialoghi che in realtà non sono altro che tediosi monologhi, in quanto non c'è dialettica, non ci sono dinamiche relazionali, in realtà sono solo un infelice  mezzo per fare propaganda del proprio credo.
L'arte della gioia è un bellissimo titolo, ma poco coerente: non ci si può esercitare nell'arte della gioia se non si ama con passione qualcuno o qualcosa. E Modesta non ama nessuno, non dà gioia, ubbidisce solo alla volontà del suo corpo a costo anche della vita altrui. Il mestiere di campare sarebbe stato un titolo più onesto.
Comunque questo romanzo ha il pregio di non lasciare indifferenti, sia che lo si ami sia che non lo si apprezzi resta tuttavia un libro che spinge il lettore a prendere  comunque una posizione.
 Il che non è poi poco.


Link per saperne di più: Stampa Alternativa

27 nov 2009

SETA

di Alessandro Baricco

Una lettura dolce e impalpabile come la seta di cui parla. E altrettanto inconsistente. Che non lascia alcun segno, scivola via dai ricordi, senza far rumore. Come seta, appunto.

"Ogni tanto , nelle giornate di vento, Hervé Joncour scendeva fino al lago e passava ore a guardarlo, giacchè, disegnato sull'acqua, gli pareva di vedere l'inspiegabile spettacolo, lieve, che era stata la sua vita."

Baricco è bravo, non c'è dubbio. E' bravo ad usare le parole, conosce il mestiere. Peccato che al lettore non resti nulla. Parole, parole, parole, soltanto parole.
E poi quella lettera che spiazza e confonde. Una lettera che vibra di un'eterea carnalità; ma che sa tanto di finale a grande effetto, messo lì giusto per spiazzare il lettore.

Del libro è stato tratto il film omonimo nel 2007. Vale la pena di vederlo per la stupenda fotografia, per i paesaggi esotici, eterei, per i movimenti così lenti che fanno tanto Oriente e i bellissimi primo piano sui giovani protagonisti.

28 set 2009

Per questo mi chiamo Giovanni

di Luigi Garlando

"Papà entrò in camera mia dopo cena. Seduto alla scrivania, stavo ripassando la lezione di storia. Eravamo arrivati a Garibaldi che libera tutta la mia Sicilia, poi a un certo punto riceve una lettera e risponde Obbedisco. Solo quello: Obbedisco. Era un punto che non mi risultava chiarissimo: perché doveva fermarsi e tornare indietro, visto che continuava a vincere battaglie su battaglie? Probabilmente, quando la maestra l’aveva spiegato in classe, mi ero distratto."

Inizia così un libro affascinante e commovente, destinato a lettori giovanissimi, ma consigliato a tutti.
 Attraverso la gita di un giorno per le vie di Palermo, un papà spiega al propro figlio, nato il giorno della strage di Capaci, 23 maggio 1992, perché fra tanti nomi ha scelto di chiamarlo proprio Giovanni. Tappa dopo tappa, si percorre la storia della vita di Giovanni Falcone e della sua lotta alla mafia. Usando un linguaggio nitido semplice, ricco di immagini e metafore che fanno presa sul giovane lettore, la mafia non è un concetto astratto, ma una realtà invisibile e nello stesso presente da combattere sin da ragazzi. Il mafioso è anche il bullo della scuola.

Il mostro può essere sconfitto solo da chi non accetta la sua legge ingiusta, fin dall'inizio. E' da piccoli che bisogna cominciare a dire no alla mafia.
Anche tu puoi già combattere la battaglia di Giovanni e farlo vincere. Se non accetti le ingiustizie, se difendi chi le subisce.
Questo il messaggio di speranza, l'appello rivolto ad ognuno di noi, l'eredità ricevuta da un uomo che, in nome dell'ideale della giustizia, ha dedicato tutta la sua vita a risvegliare la speranza. Falcone ha vinto nonostante Capaci perchè ha dato la speranza. La speranza di un riscatto senza precedenti. Quella speranza che padroneggia nei tanti biglietti e lettere appese sull'albero in via Notarbartolo numero 23, la casa di Giovanni e Francesca Falcone.

Giovanni Falcone amava dire "Gli uomini passano, le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini".
  I ragazzi hanno gambe forti e tanta strada da fare, possono portare avanti le idee più degli altri.
Mi auguro che questo libro venga molto letto e commentato, nelle scuole, nelle famiglie. Perchè la mafia va combattuta subito, senza aspettare di diventare grandi. Perchè a forza di accettare l'ingiustizia, non vedrai più l' ingiustizia 

A Falcone, Borsellino e a tutti gli uomini che come loro hanno scelto di vivere da uomini e per questo ne hanno pagato il prezzo fino alle estreme conseguenze, va tutta la nostra profonda gratitudine. A noi resta però l'impegno di onorare la loro morte, ogni giorno. Giorno dopo giorno.
Per chi voglia saperne di più mi piace segnalare la Fondazione Falcone, nata per volontà dei familiari e tesa a coalizzare tutte le energie positive che in qualsiasi parte del mondo siano disponibili per sradicare dalla società la cultura mafiosa. Questo è l'obiettivo primario della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, un progetto di educazione alla legalità.

28 giu 2009

Lessico famigliare

di Natalia Ginzburg

Lessico famigliare narra in un registro diaristico la storia famigliare di Natalia Ginzburg nello sfondo storico del periodo fascista fino al dopoguerra.
Si tratta, quindi, di un esercizio di memoria ed, essendo la memoria labile, i libri tratti dalla realtà sono spesso esili barlumi e schegge di quanto è visto e udito.
La storia di ogni famiglia è anche depositata nel linguaggio, nell'uso di parole speciali, nel gergo domestico che è segno di appartenenza, di familiarità.

Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l'uno con l'altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone.

E' questa la forza di questo libro, l'uso del gergo domestico come segno di appartenenza.

Un libro che tuttavia non sono riuscita ad apprezzare nel suo complesso, che ho trovato piuttosto ripetitivo e nelle espressioni e nelle situazioni. Certo, espressioni e frasi ripetute troppo spesso avranno avuto lo scopo di creare familiarità anche nel lettore, ma nel mio caso hanno solo abbassato il livello di godibilità della lettura.

E poi, quanto mi è sembrata snob la Ginzburg!
Quel suo sciorinare in tutto il libro le amicizie dai nomi altisonanti degli intellettuali che frequentavano la sua casa: Togliatti, Turati, Sion Segre, Pavese, Balbo, Olivetti...
Ma questa sarà solo una sana e pura invidia , la mia.

Un libro che, tutto sommato non sono riuscita ad amare.
Credo che l'orgoglio di aver vissuto in una famiglia della alta borghesia intellettuale degli anni del fascismo abbia finito, forse, con l'oscurare la Ginzburg scrittrice.
O forse, l'ho solo letto in un momento sbagliato. Forse.

9 mar 2009

Il sopravvissuto

di Antonio Scurati
In un liceo come tanti, è il giorno della prova orale dell'esame di Stato. La commissione attende, svogliata, il primo candidato: Vitaliano Caccia, ventenne esuberante, inetto, tracotante e formidabile, destinato a una seconda bocciatura da un rituale ambiguo e da un sistema perverso. Quando, però, finalmente arriva, Vitaliano estrae una pistola e stermina i suoi professori, a uno a uno, a sangue freddo e a bruciapelo. Risparmia soltanto Andrea Marescalchi, il suo insegnante di storia e filosofia. Il sopravvissuto.
E' un romanzo che racchiude in sè diversi generi letterari e incarna lo "spirito del tempo", dove la violenza è diventata "casuale" perché non viene dal nemico esterno, ma da uno spazio interno, subdolo.. Ci si interroga sul mistero dell'insegnamento con molto disincanto. Comunque il finale è fecondo di positività. Uno stile straordinario, una narrazione ricca di immagini e di idee, un lessico mai approssimativo. Un romanzo che si fa leggere a più livelli.

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